RIFLESSIONI

Diventare esperti di accessibilità: riflessioni, ipotesi e buone speranze

di Maria Chiara Ciaccheri

Diventare esperti, davvero, di un ambito dovrebbe essere la maggiore sfida professionale di ognuno. 

[Subito fuoritema: ho il ricordo chiarissimo al liceo della professionalità alta, impeccabile, di alcuni collaboratori scolastici (al tempo li chiamavamo bidelli), della loro competenza di relazione, del rigore di un impegno: e il pensiero conseguente, mai scalfito, che non importa tanto quale sia tuo mestiere. Tutto sta nel come lo fai; nella consapevolezza che ti porti sulle spalle e lasci trapelare]

Riceviamo molte email, soprattutto di persone giovani, che ci domandano quale percorso intraprendere per diventare esperti di accessibilità museale. La domanda, netta, ambiziosa, alle volte disperata, apre una riflessione di grande interesse laddove neppure i termini della questione sono definizioni scontate; l’interrogativo vero, del resto tuttavia da sciogliere, resta ancora quello di trovare una risposta breve a ciò di cui ci occupiamo.

Cosa fa chi si occupa di accessibilità museale? Progettazione, conduzione dei percorsi, formazione: esiste un solo ruolo per chi si occupa di questa disciplina? Occorre una formazione differenziata per ognuno di queste professionalità? E soprattutto, in che contesto può operare un professionista? Esiste un ruolo riconosciuto e inquadrato nel mondo dei musei? Di che accessibilità museale stiamo parlando? Culturale in senso lato? Per la disabilità in genere? Per la disabilità fisica? Sensoriale? Cognitiva? E infine, soprattutto, c’è speranza?

Partiamo dalla fine, riferendoci pure ad una accezione allargata del termine: la speranza c’è. C’è da fare, siamo indietro, se ne avverte l’urgenza: forse siamo nel posto giusto al momento giusto. L’impressione che deriva dalla frequentazione quotidiana di un ambito è che il settore, per ragioni diverse e neppure sempre condivisibili, stia vivendo una fase di rapida crescita.
Allo stato attuale, in Italia, non esiste pressoché nessuno che lavori esclusivamente sui temi dell’accessibilità museale; per dirla in altre parole, da noi l’accessibilità full time al museo resta un miraggio. Ma è anche vero che spesso non sono interni neppure i dipartimenti educativi: figuriamoci quindi se può esistere un responsabile dell’accessibilità, soprattutto nell’ambito di contesti medio-piccoli.

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Fare partecipazione al museo, Casa Testori

Di certo l’accessibilità nel suo senso più generale dovrebbe porsi come primo requisito alla progettazione museale, dall’allestimento alla curatela alla pratica educativa ma, per quanto ci sia ancora molto da fare, resta prima da decostruire un sistema di gerarchie netto e tutelato che attraversa l’immaginario collettivo, anche internazionale.
Allo stesso tempo però, le opportunità lavorative esistono, collocate, quando presenti, sempre all’interno della sfera educativa; un passaggio, questo, imprescindibile ancorché il riferimento ad un pubblico sempre più eterogeneo (per quanto non sempre reso confronto esplicito) parta da un principio formativo più esteso per condurci all’evidenza di finalità inclusive di tipo sociale. Un processo evolutivo, insomma, è certamente in atto, soprattutto nello specifico del settore legato alla disabilità. Un assunto che è rappresentato persino un dato quantificabile; quello che pare tuttavia da capire è lo spessore metodologico di chi si rivolge a questi temi, senza per questo escludere l’importanza di approcci di natura sperimentale.

Da qui in avanti, ci riferiremo soprattutto ad un mestiere volto ad abbattere le barriere di tipo cognitivo e sensoriale che, in un contesto sempre più fluido, obbligano ad acquisire un bagaglio di competenze specifiche senza per questo contraddire l’uguale bisogno di una formazione più ampia, da collocarsi all’interno di una cornice disciplinare non necessariamente lineare.
La premessa evidente all’accessibilità dei musei, del resto, pone le proprie basi nell’intreccio di materie molto diverse e per le quali, ad oggi, non esiste un unico percorso formativo. Recentemente, nel corso di un seminario, ci hanno posto una domanda interessante: ma chi lo dice che l’accessibilità museale sia una disciplina? Domanda pertinentissima, vera: chi lo dice? E’ come se, mancando un riconoscimento accademico evidente, costitutivo del sistema italiano (un corso di laurea, un master tutto dedicato), si facesse fatica ad accordare a quest’ambito un valore rigoroso e scientifico. 

Ma è solo questione di tempo. Allo stato attuale, del resto, esistono diverse proposte formative (perlopiù corsi brevi) che seguono approcci estremamente diversi che affondano, come per ogni contesto, il proprio valore in background altrettanto eterogenei.
In questo senso, un punto di partenza estremamente puntuale fa riferimento al mondo del Design for All, quell’approccio alla progettazione inclusiva che certamente rappresenta un tema chiave anche per chi lavora all’interno dei musei: l’offerta, come parimenti accade nell’ambito dell’accessibilità in ambito architettonico offre, anche in Italia, parecchie occasioni di approfondimento specializzato promosso soprattutto a livello universitario.
Con riferimento più specifico al contesto museale, esistono poi esperienze storiche di sicura validità. Ne citiamo solo alcune di cui condividiamo il valore: è il caso del Museo Omero, primo museo tattile italiano, che da anni organizza un corso finalizzato ad approfondire i temi dell’accessibilità visiva calate nello specifico dell’istituzione museo. Di accessibilità, sempre sensoriale, si è parlato più volte alla Summer School del Castello di Rivoli, così come occasioni di approfondimento sono saltuariamente offerte ad un pubblico di specialisti anche da altri musei. A livello accademico, la proposta del Master in Servizi Educativi dell’Università Cattolica di Milano offre forse, fra le altre simili, la proposta più strutturata dedicando all’accessibilità un intero modulo (di cui siamo state anche noi docenti). Mentre noi stesse, inoltre, in collaborazione con ABCittà, lo scorso anno abbiamo organizzato una proposta formativa a cui daremo seguito anche quest’anno con un focus specifico dedicato all’inclusione della disabilità, il riferimento alle pratiche partecipative e all’abbattimento degli stereotipi.

Le opportunità dunque, per ora, non sono moltissime e, nella scelta, credo valga la pena orientarsi verso quelle capaci di ragionare anche sulle modalità di trasmissione dei saperi. La presenza di proposte di facilitazione, una riflessione capace di alternare metodi differenziati ed espliciti permette di far emergere moltissimi insegnamenti già dalla strategia adottata nel corso della formazione stessa. E quindi, se la teoria resta fondamentale, parimenti lo sono le strategie capaci di confermare lo spessore di una proposta: ragione per la quale, nella scelta di un corso di approfondimento breve, consigliamo sempre di fare molta attenzione anche agli approcci adottati.

In generale, per chi si appresta ora ad iniziare un percorso formativo, il più solido punto di partenza rimane ancorato alla disciplina museale nei termini di una nuova museologia, tale di consentire di comprendere appieno gli scopi (educativi e sociali) di un luogo che per sua natura deve votarsi all’apertura e all’ascolto. Ragionare sull’accessibilità museale vuol dire fare propri quei principi che pongono al centro la soggettività dei propri pubblici. Occuparsi di accessibilità museale significa così sentire l’esigenza di trovare altre forme di comunicazione e rappresentazione: accessibilità, del resto, è innanzitutto problem solving, destrutturazione di un contenuto. E anche competenze trasversali, alla base di questo mestiere, per le quali esistono certamente opportunità di formazione (anche se la pratica, affinata in contesti umani e professionali che ne sanno fare uso metodico, resta certamente la migliore scuola).

La scelta di seguire un percorso non lineare può ugualmente costituire un vantaggio in termini di apertura critica alla progettazione. In questo senso, ad esempio, una formazione in scienze dell’educazione con un affondo specifico sui temi dell’educazione museale, dell’audience development o anche dei visitor studies, appunto, potrebbe offrire carte altrettanto valide negli scopi di una preparazione storico-artistica (anche se la lungimiranza a saper leggere tra le righe di un percorso professionale articolato resta, a tratti, un vantaggio collettivo tuttavia da acquisire). Sfatare tabù e rompere le righe: sono pressoché infinite le scelte possibili capaci di rappresentare opzioni di senso.

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Master in Servizi educativi, Università Cattolica del Sacro Cuore

Altra strada più dritta, forse già accennata, è quella di un percorso che, a partire da una comprensione chiara del contesto museale, alterni esperienze formative teoriche e pratiche brevi, occasioni di volontariato e per la messa in rete e lo scambio delle proprie competenze.
E poi, laddove possibile, un’occasione di formazione particolarmente importante (e spesso concretamente spendibile) rimane il confronto con l’estero per il quale esistono molte borse di studio, di ricerca e scambio: paesi come l’Australia, gli Stati Uniti, Londra o anche Parigi non sono solo mete per fanatici esterofili o realtà considerate migliori per partito preso ma contesti (nello specifico di una professionalità diffusa) che, semplicemente, lavorano su questi temi da più anni.

Verrebbe poi da chiarire un punto fermo: il contesto di applicazione di una professionalità come la nostra è ovviamente più di altri il museo ma, allo stesso tempo, consente altrettanto valida applicazione in ambiti che fanno dell’apprendimento e delle modalità di coinvolgimento il loro cardine.
Concepire l’accessibilità in senso olistico (come del resto la intendiamo da queste parti), permette (ipoteticamente) alta spendibilità in tutti i contesti educativi: significa possedere strumenti per comunicare in modo consapevole, necessari alla definizione di strategie per un apprendimento multilivello e polistrumentale; consente di riconoscere il bisogno di sviscerare la complessità dei processi interpretativi che dovrebbero stare alla base di qualsiasi strategia educativa; è il pensiero sempre riposto sulle persone, il loro punto di vista, per far leva sulla loro motivazione; è l’opportunità di un modello di facilitazione (distinto chiaramente da quello educativo più diffuso) che collabori all’abbattimento delle barriere, soprattutto cognitive; è il costante sguardo all’ampiezza delle ricadute e degli impatti e molto, molto altro ancora.

Sentiamo la rivoluzione davvero imminente.
Accessibilità, partecipazione: ultimamente sono parole che piacciono molto portandosi dietro il rischio, come sempre altissimo, di un fiorire esasperato di proposte che non sempre fanno della qualità il proprio valore trainante. Nessun pessimismo, intendiamoci bene. Ma il rigore di un ambito dovrebbe rimanere il tratto saliente: approcci, modelli, obiettivi, metodi, strategie proprio perché ne possa essere riconosciuta l’autorità necessaria.

In sintesi:

> Un buon corso universitario che abbia affinità con i temi del museo. Un corso in educazione o (cosiddetta) “didattica” museale, museologia, museum studies, audience development, visitor studies sarebbe l’ideale; se siete già alle prese con storia dell’arte, beni culturali, lettere, biologia, scienze dell’educazione, scienza della comunicazione, architettura o tutte le altre possibili, una buona opportunità potrebbe essere lavorare ad una tesi che abbia a che fare con i temi dell’inclusione sociale al museo o la stessa accessibilità.

> Letture trasversali. Oltre ai temi già citati, la chiave per una formazione (mai conclusa) sui temi dell’accessibilità richiede certamente di approfondire questioni legate ai disabilities studies, alla didattica speciale, alla pedagogia, studi sui visitatori, pratiche per la ricerca sociale e pillole di medicina (ma la lista potrebbe non finire mai).


> Un tempo reale speso nei musei che si occupano solidamente di accessibilità. In questo caso non deve per forza trattarsi di uno stage: chiedete di visitare i programmi, intervistate i referenti sulle azioni, cercate di cogliere la consapevolezza diffusa che esiste al museo, prendete appunti su tutto.


> Un tempo reale speso in una realtà che si occupa di disabilità. Se il volontariato pare troppo impegnativo, si potrebbe anche partire anche una vacanza. Sono moltissime le organizzazioni che cercano volontari e potrebbe essere un buon modo per capire se davvero si tratta di un mondo che fa per voi.


> Corsi specifici. Ne esistono diversi brevi, oltre a quelli accennati, di qualità che consentono di inquadrare le pratiche e focalizzarsi sugli strumenti (non vogliamo certo vendere le pentole ma vi ricordiamo che anche noi, che di mestiere facciamo formazione al personale del museo su questi temi, ne stiamo organizzando uno aperto per la primavera).


> Bandi, borse di studio, grant, fellowship, internship. Partire per un periodo, sperimentando approcci diffusi in altri paesi, in questo settore, rappresenta certamente un valore riconosciuto. Vivere la diversità culturale, poi, sarà la prima vera scuola per comprendere l’accessibilità. E se in più riuscirete a farvi spazio all’interno di un’istituzione straniera maestra della materia e generosa di consigli, saranno fatica ed entusiasmo ben riposti.


> Convegni, seminari, incontri. Spesso sono gratuiti e rappresentano ottime occasioni per conoscere le facce di chi lavora sul campo, ascoltando buone pratiche ed esperienze.

E già che siete arrivati fin qui, leggetevi anche questo: http://www.chefuturo.it/2016/01/cook-jobs-6-dritte-per-trovare-lavoro/. Ed infine, se davvero sentite che questo potrebbe essere il vostro mestiere (o almeno per un pezzo di vita), tutte le dita incrociate e in bocca al lupo: stiamo a navigare su una stessa barca.

[L’immagine in evidenza è stata scattata al Museo del 900 di Milano durante una delle giornate del corso Fare Partecipazione al museo. Metodi e approcci per l’accessibilità è l’intercultura]

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