INTERVISTE

Partecipazione, diversità culturale e musei

a cura di Anna Chiara Cimoli

Barby Asante è un’artista, curatrice e educatrice londinese di origine ghanese. Il suo lavoro affronta principalmente il tema della rappresentazione della diversità culturale intorno a temi condivisi da una comunità, attraverso gli strumenti della partecipazione, della raccolta di racconti di prima mano, della co-progettazione.

La sua riflessione comprende la sfera museale, considerata interlocutrice privilegiata, ma non unica, del suo lavoro. Diversi dei progetti curati da Barby sono co-prodotti da Tate Modern: è il caso, per esempio, del South London Black Music Archive, un archivio partecipato di vinili, fanzines, memorabilia che evidenzia l’esistenza di una comunità unificata dall’ascolto di un certo tipo di musica, esposto nel 2012 al Peckham Space. Per questo progetto, Barby ha prodotto un vinile con i ragazzi del Leaders of Tomorow mentoring programme, nell’ambito di una collaborazione con il dipartimento Regeneration & Community Partnerships di Tate Modern.


Un altro progetto interessante che riguarda il rapporto fra migrazioni, quartieri e musei è Anchor & Magnet, articolato in una serie di proposte collaborative per una rilettura del quartiere di Brixton da parte di chi ci abita, fuori dagli stereotipi. Grazie ai finanziamenti dello Heritage Lottery Fund e di Arts Council England, da settembre parte la raccolta di oggetti che verranno inclusi nel Brixton Museum, un museo mobile e collaborativo che si interroga sul processo di attribuzione di significato in contesti di migrazione.

Lo scorso luglio, Barby Asante ha animato, con la curatrice Teresa Cisneros, la Art Teachers Summer School della Tate, un corso per educatori basato sul confronto con pratiche artistiche contemporanee e sulla sperimentazione di strumenti collaborativi. Il focus del corso di quest’anno era: “Digging up the past: the politics of the archive”. Frequentando la Summer School, la prima sera sono andata a visitare la mostra Adopting. Britain. 70 Years of Immigration al Southbank Centre, e fra le varie opere e documenti ho trovato esposto proprio un progetto di Barby sui minori non accompagnati e sulle policy di relazione con le famiglie affidatarie. Il risultato fisico del processo è un semplice giornale formato quotidiano con interviste, brevi racconti autobiografici, trascrizione di scambi di sms. Un’opera low-fi, volutamente povera, il cui valore risiede nel processo e nella forza dei contenuti. La forma del giornale porta alla coscienza, con il valore di notizie da prima pagina, storie fondamentali per capire le migrazioni contemporanee e le dinamiche che ne governano gli esiti.

I temi della co-progettazione, della valorizzazione della diversità culturale, della necessità di azioni collettive e condivise guidate da un metodo rigoroso è emerso molte volte nel corso della Summer School. Per questo ho voluto approfondire con Barby il tema della partecipazione come metodo, e della relazione con il museo in quanto interlocutore.

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Pensi che il concetto di diversità culturale stia penetrando sempre di più nell’agenda dei musei, perlomeno nel Regno Unito?
La questione è molto complessa e stratificata. Penso che  si debba partire dal fatto che i musei sono luoghi in cui storicamente si conserva una collezione, e vengono da una lunghissima storia in cui si è collezionata principalmente arte europea. E allora tu, portatore di un’altra storia, dove ti collochi? Le comunità a cui ti rivolgi stanno cambiando, e tu, in quanto museo, come le rappresenti?
Io e molti altri artisti riflettiamo su questa idea del “white cube” che porta con sé un’idea conservativa della cultura, riflettendo criticamente sulla domanda: per chi è questa cultura? Certamente nei musei c’è una demarcazione dei territori che può essere limitante: il curatore non lavora necessariamente con lo staff del dipartimento Educazione, c’è un lungo processo di trasformazione culturale che va portato avanti in quel campo. Però ci sono sempre più musei che ospitano residenze d’artista, ci sono programmi di rilettura delle collezioni in chiave post-coloniale, penso al lavoro di Rosanna Raymond, un’artista di origine polinesiana che svolge un’opera di rilettura e ri-significazione delle collezioni… insomma, è un territorio ancora vergine, ed è un territorio in cui noi dobbiamo intervenire.

Il museo in quanto istituzione è per te un interlocutore importante?
No, direi che nella mia storia l’incontro con il museo è stato un felice incidente. In generale, nel mio lavoro, parto dalla domanda sul concetto di rappresentanza nella società, dal fatto che i musei sono parte di questa società, e che io, in quanto donna-artista-nera non sono necessariamente rappresentata nelle storie che i musei raccontano… Direi che il dialogo con il museo è diventato una specie di sfida, o forse una forma di costante negoziazione, a volte con successo altre volte con totale insuccesso. Non ho il lusso di poter fare a meno di pormi questi problemi e domande. Ma lavoro con altri artisti, dialogo con loro, mi interessa creare reti intorno ai progetti, mi interessa che all’autorialità si sostituisca il concetto di collettività: per questo non posso fare a meno di rivolgermi costantemente ai musei, ma anche alle biblioteche, ai centri sociali, agli spazi pubblici, e così via.

Parlami della tua partecipazione alla mostra Adopting Britain e del metodo con cui hai sviluppato il tuo progetto.
Il metodo da cui parto per promuovere partecipazione parte dal concetto di “navigare la diversità”, e penso che questo possa avvenire solo attraverso il dialogo. Gran parte del mio lavoro analizza lo spazio che le persone hanno trovato in Gran Bretagna arrivando da diversi backgrounds, il modo in cui hanno  trovato un loro posto, uno spazio e una voce, la loro agency. Per questa occasione ho parlato con dieci minorenni che erano stati oggetto di trafficking, o la cui famiglia era arrivata nel Regno Unito come  rifugiata, supportati da un’associazione che si chiama Doctor Barnardo’s e in affido presso famiglie inglesi. Tutto il lavoro ha ruotato intorno alla riflessione su come negoziare le condizioni politiche che determinano le vicende migratorie. I ragazzi che vivono queste esperienze sono schiacciati da un peso enorme, ma devono anche trovare gli strumenti per reagire alla massa di diffidenza che emana dai media. Per un buon numero di settimane di fatto non abbiamo fatto altre che parlare, perché la base della partecipazione è la conoscenza reciproca. Abbiamo discusso su come raccontare e rappresentare questi nostri dialoghi, ed è nato il giornale. Tutti i contenuti sono originali; l’editing è ridotto al minimo. Volevamo che fosse davvero vero, che fosse una rappresentazione reale di che cosa vuol dire vivere quella situazione di costante attesa propria degli asylum seekers, ma seekers anche di altro, come siamo tutti.

In che modo valuti l’impatto delle tue azioni?
Non lo faccio personalmente, non è una mia preoccupazione quando faccio un progetto, e devo dire che non sono troppo fissata su quello. E poi non so come si faccia: come puoi “valutare” una conversazione, un dialogo? Sono processi di cambiamento di lungo respiro, come puoi valutare il cambiamento di una percezione, di un pensiero? A volte hai un feedback e a volte no, ma non voglio attaccarmi troppo a quello. 

Che cosa pensi dei progetti concepiti dai musei apposta per migrant audiences?
Penso che il loro tempo sia passato, nel senso che mi sembra più adeguato assorbire la diversità dentro qualunque progetto o azione museale, piuttosto che suddividere l’audience fra chi ha un background migratorio e chi non ce l’ha. Questo atteggiamento evita le domande, evita il punto. Non va creata una distanza: nel museo tutto è parte del luogo. Si tratta di guardare insieme alle cose, capirle, far scaturire un vero scambio su inclusione o esclusione, su che cosa voglia dire avere o non avere un senso di appartenenza.

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