RIFLESSIONI

Ripensare il lavoro al museo vuol dire anche ridefinirne gli scopi

In questi giorni si parla molto di lavoro al museo.
Se ne parla spesso, più del solito, complice anche il recente bando internazionale del MiBAC per assumere i venti direttori dei maggiori musei italiani. Se ne parla spesso, più del solito perché, vuoi l’Expo 2015, pare si aprano posizioni che ne esplicitano il bisogno (come il bando, appena concluso, della Triennale di Milano).

INVENTARE LA FORMAZIONE
Lavorare al museo è spesso la maggiore aspirazione delle migliaia di giovani che si iscrivono alle facoltà di lettere indirizzo storia dell’arte; il desiderio degli studenti dei corsi di conservazione o gestione dei beni culturali. L’ansia di chi investe in una formazione all’estero per poi tornare qui a cercar fortuna.
Un contesto stratificato con un sacco di inghippi irrisolti. Un esempio su tutti è il mancato riconoscimento di alcune classi di laurea, esplicitazione chiarissima di come sono intesi i nostri musei: contenitori (spesso belli) dai contenuti inestimabili. Vero, possibile ma riduttivo.
Tornando al lavoro, incrociamo universi disillusi che riempiono le bacheche dei pochi siti che mettono in fila le rare offerte presenti (Artjob, Tafter, Musei-it, ect.). Ovviamente, chi li consulta sono più spesso i giovani o i neolaureati ma il contesto di riferimento è una classe (produttiva) molto più ampia e frastagliata.
Anche noi riceviamo diverse mail che si interrogano sulla formazione: sono di persone che, nello specifico, si domandano quali siano le strade migliori per occuparsi di accessibilità al museo. Anche in questo caso, non esiste una sola risposta, a maggior ragione per un mercato tutto da costruire.
Sarebbe bello ogni due settimane poter leggere aggiornamenti come quelli della Job Desk dell’Università di Leicester (UK) ma, dita incrociate, ci piace pensare che fra qualche anno ci arriveremo. Nel frattempo, per fortuna, questa incertezza professionale ci obbliga a continuare ad aggiornarci e imparare. Anche se arriva un momento in cui occorrerebbe vederne, nero su bianco, il riconoscimento esplicito (e non solo per questioni di portafoglio).

VALORIZZARE LE RISORSE
Qui non riapriremo la polemica (già sentita troppe volte ma soprattutto reale) dello scollamento fra università e mondo del lavoro. Certo, ricordo, a 23 anni, come il corso di management del museo, per altro interessante, avesse accentuato le mie frustrazioni di distributrice di audioguide. Sapevo tutto di leadership, business plan e legislazioni e mi sentivo fortunata giusto quando potevo indicare, in inglese, l’ingresso del museo.

Oggi, a dieci anni da allora, ne colgo l’utilità e la fatica. A quell’età non avrei potuto fare altro, è evidente. Ma forse, anche all’università, qualcuno avrebbe potuto dirmi a cosa andavo incontro. O chi mi affidava il lavoro, ampliarne le responsabilità.
Ad ogni modo, sono stati passaggi. Anche questi formativi, utilissimi. Purtroppo questa ed altre simili esperienze non sono presenti nel mio curriculum. Abbasserebbero la media di quel che è riconosciuto come “stimabile” e non sarebbero comprese. Ma è un vero peccato, se non un fallimento culturale, perchè credo davvero che questo sia un valore aggiunto nei termini di comprensibilità di un’istituzione complessa e da osservarsi da più prospettive. Il racconto del New York Times del nuovo direttore del Louvre è un plauso a questo approccio che rimette idealmente in discussione i ruoli e le responsabilità di ognuno per un’unica causa comune.

SUPPORTARE LA MOTIVAZIONE
Un caso evidente delle storture del sistema è quello di chi si occupa di guardiania museale dopo anni di studi: se da un lato sono sempre più numerosi (relativamente) i musei che coinvolgono i custodi in percorsi (complessi) di mediazione delle opere, di certo il ruolo di queste figure professionali potrebbe essere valorizzato maggiormente: a livello teorico, sappiamo tutti quanto la motivazione sia un elemento chiave per ogni professione, anche per coloro che di studi non ne hanno fatti e meriterebbero un aggiornamento.
Una proposta fra le tante, potrebbe essere coinvolgerli nelle analisi di valutazione dei visitatori. Ma a dispetto delle principali massime della leadership, anche queste arcinote, sembra che tutte le funzioni continuino ad essere accentrate nelle mani di pochi (già sovraccarichi di lavoro e con il rischio che non vengano assolte). Agli altri, come se bastassero due soldi per essere soddisfatti, una motivazione intrinseca tutta da inventarsi, ogni giorno.

INCLUDERE LA DIVERSITÀ
La difficoltà, come spesso accade, anche qui sta nel metodo; nello specifico, mettere le persone al posto giusto, rendendone esplicito il valore, a partire da un’analisi delle competenze e attitudini.
Il nodo centrale di questo discorso e, del resto, quello che più ci riguarda, è l’inclusione della diversità. Un discorso sulla rappresentazione che chiama in causa anche il senso d’essere proprio del museo.
Se consideriamo i musei solo quali collezioni di opere bellissime e importanti è evidente che la nostra riflessione può terminare qui. Ma se davvero vogliamo che questi luoghi assumano ruolo centrale nella nostra società (a partire giustamente dal loro patrimonio) forse occorrerà un pensiero più articolato. Se il museo dovrà essere un alternativa alla scuola per l’apprendimento (anche trasversale) lungo l’arco della vita e proporre una riflessione aperta sulla storia, sul chi siamo e cosa siamo stati, occorrerà imprescindibilmente ragionare sul “noi”. Chi seleziona gli oggetti (non per forza d’arte)? Quali idee veicolano, che percezioni supportano? Chi le racconta? Chi rappresenta il museo?

Si tratta di un discorso attualissimo già portato avanti su molti altri fronti (è anche una delle riflessioni del recente convegno di MeLA Project – European Museums in an Age of Migration) che nell’ambito lavorativo assume contorni ancora più evidenti. Se vogliamo davvero parlare di accessibilità, di inclusione della diversità, non possiamo esimerci dal volerla assumere, renderla parte, visibile. Ben oltre l’assunzione delle categorie protette. Un esempio in Italia è sopratutto legato al della comunità sorda, come nel caso ben promosso del Castello di Rivoli.
Più in generale, pare di essere lontani anni luce da questa prospettiva (se solo già esistessero le proposte accessibili per i visitatori!) ma per spingere lo sguardo verso scenari futuri, occorrerà iniziare a pensarci già da ora. E’ l’esempio, già citato, della LEAD Conference del Kennedy Center che esplicita l’advocacy della disabilità da parte di chi davvero ne è portatore: e nei musei americani, moltissimi. E’ il progetto dello Smithsonian Institution, per la formazione (di un anno) per l’inserimento lavorativo di persone con disabilità cognitiva e di molti, molti altri ancora.

In generale, non possiamo pensare di fare audience engagement (con una riflessione più ampia sui servizi, i modi e i tempi di un processo anche comunitario strutturato e, alle volte, lentissimo) e, insieme, non preoccuparci anche di inserimento lavorativo. A maggior ragione se il museo ambisce ad essere un luogo super partes. Non solo questa apertura consentirebbe un ampliamento delle competenze specifiche, della opportunità per la mediazione, l’attivazione creativa del pensiero che favorisce l’incontro con la diversità; di fatto, lo trasformerebbe in uno spazio in cui imparare il confronto, rendendo la presenza della diversità (che sia la disabilità, la differenza culturale o altro) naturale. Lascerebbe supporre di chi è davvero il museo dando per implicita la risposta: di tutti.

Far crescere risorse, valorizzare le persone. Includere la diversità, rappresentare il museo come il migliore dei mondi possibili. In questa domenica mattina ci piace immaginare che anche in Italia potrà essere così. Chissà se fra quei 20 direttori qualcuno sceglierà di farsi carico anche di questa strada in salita. Lo spazio per le riflessioni qui sotto, come al solito, resta aperto. E io, nel dubbio, mando un curriculum al MiBAC.

P.S. Per chi lavora in ambito educativo, per chi lo vorrebbe o anche per chi, al museo, fa altro, il suggerimento di un libro bellissimo e ispiratore: a cura di Leah M. Melber, Teaching the Museum. Careers in Museum Education, 2014, American Alliance of Museums (anche in ebook).

(Maria Chiara Ciaccheri)

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