RIFLESSIONI

Era l’America (e forse lo è ancora)

Questa volta scriviamo dagli Stati Uniti. Grazie al finanziamento della Fondazione Banco del Monte di Lombardia all’interno del Progetto Professionalità, rimarremo qui alcuni mesi per indagare le pratiche e i modelli in atto nei musei (nei teatri e negli studi d’artista) sul fronte dell’accessibilità museale e della percezione comune della disabilità.

L’indagine condotta finora (senza sosta fra Chicago, San Francisco, Los Angeles, Boston, Philadelphia e Washington) ha permesso di confermare una propensione all’inclusione piuttosto diffusa.
Del resto siamo in America: le battaglie per i diritti (anche delle persone con disabilità), l’esistenza di una legge strutturata (l’Americans with Disabilities Act), la cura dei servizi di customer service (in cui talvolta l’accessibilità rientra) sono alcuni degli elementi che ci permettono di comprendere meglio l’evoluzione di questo ambito. Per inquadrarlo nel contesto museale, poi, sarà sufficiente ripensare al modello anglosassone e alle sue esplicite finalità educative, spesso indirizzate al coinvolgimento del più ampio ventaglio di pubblici e nel pieno rispetto delle loro possibili (e diverse) esigenze.

Qui si inizia a parlare di accessibilità museale già dagli anni Settanta. All’inizio si tratta perlopiù di percorsi tattili o descrittivi rivolti a persone non vedenti, sperimentati, nella maggior parte dei casi, a partire dalla sensibilità di un direttore o dalle specifiche esigenze di colleghi che, nel corso del tempo, avevano acquisito una qualche disabilità.
Questa premessa vale oggi, come allora, a prescindere dalla geografia. Lo sappiamo bene tutti del resto: ciò che permette di ripensare il museo quale spazio aperto, accessibile in senso lato, è il più delle volte una gestione lungimirante, sensibile e socialmente responsabile. Solo talvolta è questione di disponibilità di fondi: per averne conferma (e pure datata!) basterà rileggere questo elenco.

Visitare decine di musei americani e confrontarsi con i rispettivi Accessibility Manager (ebbene, sì, esistono), ovviamente non vuol dire avere un quadro completo rispetto a quello che accade. Di certo però, permette di riconoscere alcuni tratti distintivi, confermati anche nel corso della conferenza Leadership Exchange in Arts and Disability che raduna ogni anno oltre quattrocento professionisti dei musei e del mondo delle arti per parlare di accessibilità e del suo futuro.

In sintesi cercheremo di tratteggiare alcuni aspetti ricorrenti:

> Innanzitutto, la formazione rappresenta una questione fondante. In tutti i musei, la formazione del personale del museo (inclusi guardiana, biglietteria, curatela e tutti gli altri) sui temi dell’accessibilità è condotta con continuità. Questo perchè ogni persona che lavora per l’istituzione e la rappresenta deve essere in grado di confrontarsi con il pubblici (con o senza disabilità) in maniera corretta, cercando di garantirne il benessere e di fronteggiare qualsiasi possibile esigenza. Ovviamente chi lavora per i dipartimenti educativi, dedicati al coinvolgimento delle comunità o all’accessibilità, deve possedere competenze più complesse, frutto di indagine e studio approfondito. In questi casi, come corretto, non è sufficiente un corso breve per improvvisarsi competenti.

> La conoscenza della legge è un altro tema chiave. Negli Stati Uniti, l’introduzione, nel 1990, dell’Americans with Disabilities Act (ADA) ha obbligato tutti i servizi aperti al pubblico ad adottare le linea guida indicate per l’accessibilità.
Si tratta principalmente di indicazioni che garantiscono l’accesso fisico e il più delle volte anche persone con disabilità sensoriale ma, di fatto, questa regolamentazione ha consentito lo sviluppo di un’attenzione per l’inclusione di altre possibili necessità di tipo cognitivo e persino emotivo.
La legge qui è quasi ovunque rispettata anche perché le sanzioni previste possono addirittura portare alla chiusura temporanea dell’istituzione. L’ADA rappresenta uno strumento strutturato e importante e in alcuni musei è presente una persona incaricata esclusivamente del suo studio e della sua piena applicazione.

> La presenza di reti forti (su base locale e nazionale) appare essere un altra caratteristica ricorrente. Nella maggior parte delle città visitate è presente un consorzio su base locale che facilita l’aggiornamento, favorisce lo scambio e il supporto reciproco fra musei e rappresentanti delle comunità con disabilità. Anche su base nazionale, esperienze come la già citata conferenza Leadership Exchange in Arts and Disabilities (che abbiamo proposto al Kennedy Center di Washington di organizzare anche in Europa!), rappresentano un momento di scambio fondamentale e fortemente partecipato.
Internamente, poi, non bisogna dimenticare l’esistenza di numerosi comitati di gestione che consentono la piena collaborazione fra dipartimenti (in primis con quelli curatoriali).

> Il desiderio di valorizzare i giovani e una diversa percezione delle competenze necessarie per le professionalità di livello alto e intermedio. Delle moltissime persone incontrate quali responsabili dei dipartimenti per l’accessibilità, numerose non avevano più di 35 anni; quasi la metà inoltre avevano della disabilità, per lo più di tipo fisico o sensoriale. Questo perché la competenza reale (a maggior ragione acquisita sulla base dell’esperienza personale) rappresenta un valore che prescinde età ed esigenze. Anzi, in tutti i nostri musei avremmo disperatamente bisogno di avere personale eterogeneo, capace di comprendere appieno l’eterogeneità propria che dovrebbero avere anche i nostri visitatori. Per la stessa ragione, esistono numerosi percorsi di inserimento lavorativo rivolti a persone con disabilità cognitiva finalizzati a far ricoprire, all’interno del museo e quando possibile, anche posizioni di responsabilità.

> Quello che esiste, quantomeno in certi musei e in una parte del mondo dell’arte, è proprio una percezione distinta della disabilità. Prova ne sono molti studi di produzione artistica per artisti disabili e non, inseriti e promossi all’interno di un mercato regolare dell’arte (opening, gallerie, musei) senza il bisogno di alcuna etichetta “outsider”.

Quanto visto e ascoltato fino ad ora ci permette quindi di immaginare come potrebbe funzionare il museo ideale.
Le esperienze raccolte dimostrano la necessità, di cui in queste pagine ci siamo sempre fatti portavoce, di un’inversione galileana di pensiero capace di porre i visitatori (e non più il museo) al centro.
Nelle prossime settimane (da New York), cercheremo di entrare più nel vivo di alcune questioni specifiche che ci appassionano, senza per questo interrompere gli aggiornamenti dall’Italia e la pubblicazione delle schede dei musei accessibili.
Keep yourself posted.

(Maria Chiara Ciaccheri)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...