RIFLESSIONI

Il museo in scatola

Incoraggiare la visita al musei, facilitare il coinvolgimento, veicolare il senso di appartenenza, motivare attraverso gli oggetti: avete mai sentito parlare delle loan box?
Mettere il museo in una presunta “scatola”, collezionando meraviglie è una pratica dalla lunga tradizione, rintracciabile con evidenza fin dalle Wunderkammer cinquecentesche.

Il desiderio di definire una selezione della selezione per ampliarne l’accesso rappresenta però una pratica più recente; secondo alcuni, la proposta nasce proprio con finalità sociale ai primi dell’Ottocento, quando Thomas Clarkson, noto attivista inglese, progetta una scatola con oggetti e informazioni a supporto della sue campagne per l’abolizione della schiavitù. Cose, quindi, per veicolare opinioni.

Attualmente, kit di oggetti (originali e non) e materiali concessi in prestito per un breve periodo rappresentano uno strumento considerato efficace in diversi paesi e soprattutto in Gran Bretagna.
Una proposta capace, secondo diversi studi, di facilitare l’esplorazione reale del museo, stimolando la curiosità e il dialogo degli osservatori in un ambiente protetto, amplificandone a posteriori il ricordo.

Le loan box consentono quindi di approfondire temi diversi di una collezione (inclusi argomenti non rappresentati in mostra), rispondendo così anche a specifiche esigenze. Possono essere usati anche al di fuori delle scuole, (in strutture e servizi per persone con disabilità o anziani, ad esempio) e non solo grazie alla rimozione delle barriere fisiche e sensoriali che consentono; gli oggetti contenuti nei kit, infatti, possono essere manipolati e interrogati secondo tempi differenti da quelli concessi nello spazio pubblico nonchè affiancati da specifiche attività.
Del resto, come suggerito sul sito del GEM (Group for Education in Museum), associazione britannica dedicata alle pratiche di apprendimento museale, questa proposta può facilitare la comprensione di alcuni oggetti poco accessibili, avvicinandoli e rendendoli al contempo reali.

Le loan box (ma come potremmo chiamarle in italiano? “scatole per il prestito”?) possono ovviamente anche essere create autonomamente (noi ci avevamo provato tempo fa, sperimentando formule per la rappresentazione personale) o quando elaborate dal museo stesso, possono rientrare fra le pratiche di collaborazione (più doverose che auspicabili) fra curatori ed educatori.

In Italia sono poco diffuse, forse anche perché concepiamo spesso il sapere come informazione da veicolarsi quale pratica di testo; eppure, far uscire il museo dal museo, rinchiuderlo in una scatola e consegnarlo in altre mani significa certamente rimetterlo in gioco per offrire a tutti un’opportunità ulteriore. La proposta ovviamente chiama in causa anche il dibattito sul valore degli oggetti reali opposto all’uso delle copie, altra questione complessa da non sottovalutare.

Eppure, dal nostro punto di vista, il principio cui rispondere è sempre lo stesso: promuovere il coinvolgimento dei visitatori sollecitandone l’interesse, secondo un modello di rimessa in discussione e collaborazione continua.
Il museo che esce dal museo, insomma, se da un lato sembra voler costringere le proprie ambizioni in una scatola, dall’altro, amplia quella vocazione all’apertura auspicabile e necessaria anche prima del reale coinvolgimento.

(Maria Chiara Ciaccheri)

 

RIFERIMENTI UTILI

GEM, Making Loans Boxes/ Handling Kits (www.gem.org.uk/grassroots/GR%20Resources/makeloansbox.html)

Reading Museums, Loan Boxes (www.readingmuseum.org.uk/schools/loan-boxes/)

British Museum, China Loan Boxes (www.britishmuseum.org/learning/schools_and_teachers/resources/all_resources-1/resource_loan_boxes.aspx)

Tyne and Wear Archives and Museums, Boxes of Delight (www.twmuseums.org.uk/schools/boxes-of-delight.html)

(L’immagine in evidenza è tratta dal sito del Leicestershire City Council per il progetto Resource Box for Reminiscence)

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