ESPERIENZE

“La memoria del bello” alla GNAM di Roma

“La memoria del bello” è un progetto della Galleria Nazionale d’Arte Moderna (GNAM) di Roma, dedicato a persone affette dalla malattia di Alzheimer, in fase lieve / moderata, che prevede una serie di visite guidate per i pazienti e i loro accompagnatori (caregivers).
Ce lo racconta Miriam Mandosi che ha collaborato alla sua realizzazione e valutazione.

L’ESPERIENZA
Il progetto è iniziato alla GNAM dopo la visita, il 21 ottobre 2010, di Amir Parsa e Laurel Humble del Dipartimento educativo del MOMA di New York. I due esperti hanno illustrato il progetto “Meet me at MoMA” dedicato proprio a persone affette dalla malattia di Alzheimer. Dal 2011 il museo romano ha così dato avvio al progetto “La memoria del bello” in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore, Dipartimento di Scienze Geriatriche, Gerontologiche e Fisiatriche, Centro di Medicina dell’Invecchiamento del Policlinico A. Gemelli di Roma (dottoresse Rossella Liperoti e Federica Mammarella).
Io sono arrivata alla GNAM nel 2012, l’anno seguente, come stagista di un Master presso l’Università Cattolica di Milano in Scienze della Formazione sui “Servizi educativi per il patrimonio artistico, dei musei storici e di arti visive”.
La mia tutor, Martina De Luca, è la coordinatrice del progetto e così ho avuto la possibilità di partecipare a questo interessante lavoro.
Ho studiato con attenzione l’esperienza americana e quella realizzata, nel 2010, a Napoli (progetto “AD-Arte”, a cura dell’Unità Valutativa Alzheimer dell’ospedale Cardarelli di Napoli insieme con l’associazione Makè e la Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici per Napoli e Provincia presso Palazzo Reale) oltre a quella realizzata, l’anno precedente al mio arrivo, dalla GNAM.
In concomitanza all’inizio del mio stage altri due istituti hanno aderito al progetto “La memoria del bello”: l’Istituto San Giovanni di Dio – Fatebenefratelli di Genzano di Roma e l’Onlus Alzheimer Uniti. I due nuovi gruppi sono seguiti rispettivamente dalle dott.sse Luisa Bartorelli e Silvia Ragni l’uno, dott. Massimo Marianetti e dott.ssa Silvia Pinna l’altro. Queste nuove strutture hanno permesso di studiare l’influenza di questo progetto su gruppi di pazienti con diversi tipi di assistenza: ambulatoriale, residenziale e centro diurno. Sono stati così messi a punto progetti specifici che hanno previsto un diverso numero di visite (3 o 4) con differente cadenze (settimanale o trimestrale) nonché una diversa scelta di temi e opere. In alcuni casi le operatrici museali si sono occupate anche del follow-up a breve termine recandosi nei centri di assistenza socio-sanitaria e riproponendo, tramite riproduzioni fotografiche, la visita fatta al museo.
Per le visite si è mantenuto lo stesso svolgimento costruttivista utilizzato l’anno precedente mentre sono stati aggiunti nuovi percorsi inerenti tematiche nuove che hanno visto l’aggiungersi di opere scultoree e di arte astratta. L’introduzione delle sculture nelle visite ha offerto la possibilità di riflettere sui problemi legati alla percezione tridimensionale nei pazienti affetti da Alzheimer che hanno reagito molto positivamente all’esperienza.
La presenza inoltre di gruppi differenti ha dimostrato l’importanza del Museo nei processi di socializzazione. Ad esempio i gruppi provenienti dal Policlinico Gemelli erano formati da pazienti in cura di tipo ambulatoriale che non avevano mai fatto attività di gruppo e che quindi aggiungevano alla novità del luogo Museo quella di confrontarsi con altre persone affette dai loro stessi problemi. Al contrario, i gruppi del Fatebenefratelli erano molto affiatati perché accolti per un periodo (2-3 mesi) nella struttura residenziale di Genzano dove venivano somministrate diverse attività terapeutiche di gruppo (ad es. la pet terapy). La visita al Museo era quindi per loro una novità nell’insieme delle loro attività, ma il fatto di conoscersi fra di loro facilitava l’interazione (inter-gruppo e con gli operatori) davanti alle opere.
La mia esperienza si è in particolare concentrata, oltre che sulla conduzione di alcune visite, sulla valutazione del progetto.
Nel 2011 l’Osservatorio sui pubblici della Galleria aveva iniziato ad occuparsi della valutazione. Le dott.sse Maria Mercede Ligozzi e Francesca Valentini avevano analizzato, tramite un scheda per l’osservazione dei pazienti durante la visita e dei questionari conoscitivi, sia il profilo socio demografico e l’abitudine alla visita museale sia gli atteggiamenti dei pazienti nel corso della visita attraverso la misurazione dei seguenti indicatori: attenzione, commozione, disorientamento, curiosità, inquietudine e movimento all’interno dello spazio museale.
L’analisi da me condotta si è posta l’obiettivo di valutare le ricadute di questo progetto anche su un pubblico non direttamente coinvolto: caregivers e il personale medico – sanitario. Ciò che è stato valutato sono stati l’apprezzamento delle visite, la disponibilità a tornare in Galleria e un diverso modo di vedere il Museo. Inoltre un esteso programma di valutazione è stato finalizzato a conoscere la ricaduta del progetto su tutto il personale del museo.
Ovviamente per tutta la durata del progetto i medici si sono occupati della valutazione clinica del progetto.
Ho lavorato a questo progetto per circa un anno ed è stata un’esperienza veramente unica. “La memoria del bello” è un progetto sperimentale che mette in relazione saperi scientifici con il mondo dell’arte all’interno di un Museo. Ciò che rende questo progetto così interessante è anche l’importanza del luogo – Museo nell’attivazione di quei processi di socializzazione e partecipazione dei malati, e non solo.
Questa esperienza non solo mia ha fatto riflettere sull’importanza della memoria, sui processi di percezione ma anche sul ruolo determinante del luogo museo e dell’arte nei processi “subconsci”.
Ho riportato tutte le mie osservazioni, oltre ai positivi risultati della mia verifica, nel lavoro di tesi realizzato.

LA PROGETTAZIONE DEL PERCORSO
I percorsi di visita nelle sale del museo sono stati caratterizzate dalla visione e dalla discussione di quattro dipinti legati fra loro da un “filo conduttore” che potesse facilitare ai pazienti la possibilità di stabilire collegamenti e associazioni con il proprio vissuto. Ogni visita è stata seguita da due operatrici museali che hanno collaborato nella gestione dei gruppi.
La scelta delle opere da inserire nei percorsi ha cercato di rispettare le esigenze dei pazienti: sono state, infatti, privilegiate opere d’arte facilmente “leggibili”, ovvero ben visibili, di dimensioni medio-grandi, dai colori decisi e con immagini ben riconoscibili. L’équipe del progetto è stata inoltre attenta a rendere il più confortevole possibile lo spazio museale; i visitatori sono stati fatti sedere comodamente di fronte ad ogni opera per permettere loro di osservarle con calma e sono stati esclusi quadri collocati in angoli o in spazi ristretti. Anche lo spostamento fino al Museo è stato ben organizzato con un pulmino che, partendo dalla clinica o dall’ospedale, trasportasse l’intero gruppo e, una volta arrivati, con un parcheggio dedicato vicino all’ingresso della Galleria provvisto di ascensore.
Il mio percorso di verifica e valutazione è nato dall’osservazione dei due anni di sperimentazione del progetto “La memoria del bello” che ha avuto una grande risonanza non solo nel mondo dei Musei ma anche, e forse in modo particolare, nell’ambito medico affine alla patologia. Il progetto ha inoltre permesso al Museo di conquistare un “nuovo pubblico”, non solo i pazienti e i loro famigliari ma anche l’èquipe medica, ed ha suscitato un vasto eco di interessi da parte di operatori museali, sanitari e ricercatori. Il progetto è oggetto di tesi di laurea, è stato presentato in diversi convegni in Italia e all’estero e altre istituzioni museali si stanno attrezzando per riproporlo nei propri spazi.
Alla luce di questa realtà ho deciso di valutare se e come era cambiato il modo di intendere e di relazionarsi con il Museo da parte dei caregivers e del personale medico- sanitario e qual era il grado di conoscenza e condivisione dei dipendenti museali, mettendo in luce anche eventuali criticità nell’accogliere un pubblico “insolito” e con necessità di accoglienza particolari.
Alla luce di questi obiettivi ho scelto una modalità di dialogo con i destinatari. Per quanto riguarda i caregivers e il personale medico-sanitario che aveva partecipato alle visite ho scelto il questionario che ha permesso di rispondere in poco tempo alla fine dell’ultimo ciclo di viste del gruppo; inoltre, garantendo l’anonimato, ha consentito di rispondere in modo più sincero e senza paura di essere giudicati. Ho creato due differenti questionari (uno per i caregivers e l’altro per il personale medico – sanitario) in grado di analizzare gli stessi indici ma ponendo le domande in modo leggermente differente, offrendo inoltre, laddove predisposto, risposte pre – codificate diverse.
Per il personale del museo e i neurologi e psicologi ho scelto invece di utilizzare il metodo dell’intervista; consente una maggiore possibilità di dialogo e di esplicazione di alcuni concetti chiave.
I dati raccolti hanno evidenziato come il progetto non solo abbia positive ricadute sui pazienti ma anche sul personale del museo.
In particolare dalle interviste effettuata alle operatrici museali ho evinto tre dati a mio avviso particolarmente importanti:
1. L’influenza di questo progetto sul rapporto con il pubblico museale,
2. la convinzione che questo sia un progetto esportabile in altri contesti, sia museali che non. Ciò è legato alla convinzione, espressa più volte nelle interviste, che il bello influisca positivamente su tutti e in ogni luogo,
3. l’importanza di avere nozioni storico – artistiche ma soprattutto avere un atteggiamento paziente, cordiale, di ascolto e rispetto dei tempi altrui oltreché una forte motivazione personale.

Per maggiori informazioni sul progetto:
http://www.gnam.beniculturali.it/index.php?it/168/la-memoria-del-bello-percorsi-museali-per-malati-di-alzheimer

Per il progetto Meet me at MoMA:
http://www.moma.org/meetme

Miriam Mandosi, storica dell’arte di formazione, specializzata in Pedagogia del Patrimonio. Collabora con Enti pubblici e privati alla progettazione di servizi educativi differenziati in base alle esigenze delle varie tipologie di pubblico e ad interventi tesi a migliorare l’accessibilità museale. Fondatrice dell’Associazione culturale Heritage Experience – Dove la Cultura diventa esperienza. È membro del Consiglio Direttivo Nazionale di ICOM (International Council Of Museums) e coordinatrice del Gruppo di lavoro ICOM Italia dei Giovani Professionisti Museali. Collabora con le Commissioni tematiche ICOM “Accessibilità Museale” ed “Educazione e Mediazione”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...