RIFLESSIONI

“Non tanto diversi” al museo: buone prassi e spunti per riflettere

Pubblichiamo alcune riflessioni di Laura Piccinino, educatrice, coordinatrice ed autrice del libro Non tanto diversi. Attività nei centri diurni per persone adulte con disabilità. Teoria e buone prassi, scritto insieme a Carla Santa Maria.

Sono una educatrice, ho iniziato la mia attività nei centri speciali, poi nei servizi riabilitativi del Comune di Roma. Nel 1974 ho partecipato alla lotta per il diritto all’integrazione fino all’approvazione della legge n. 5l7 nel 1977. Mi sono specializzata nell’integrazione scolastica dei bambini con disabilità gravi negli asili nido, nelle scuole dell’infanzia e nelle scuole medie, all’interno delle equipe sociosanitarie del Servizio materno infantile della ASL Roma E. Nel 1999 nell’Area disabili adulti ho avviato attività di tempo libero e ho curato l’apertura di tre centri diurni come coordinatore. Ho continuato questa attività fino alla mia andata in pensione nel 2008.

Da quando ho conosciuto “Musei senza barriere” mi sono avvicinata ad un  argomento che mi ha sempre interessato ma che avevo, ora ne ho la certezza, esplorato solo marginalmente. Ho sempre inserito, tra le attività che ho  organizzato, l’uscita in città alla ricerca dei luoghi d’arte perché sono convinta che godere delle bellezze che ci circondano migliora la qualità di vita. Ho la fortuna di abitare in una città ricca di fascino; Roma è la capitale che tutti vogliono visitare, alcuni vorrebbero soggiornarci almeno per qualche giorno. E’ una città ricca di storia, che possiede i monumenti tra i più  belli al mondo, si susseguono avvenimenti eccezionali, grandi esposizioni, mostre di altissimo livello, eventi culturali, artistici richiamano spettatori da tutte le parti d’Italia.
Noi abitiamo qui.

Quando mi si chiede di raccontare l’esperienza con gruppi di persone con disabilità nei luoghi d’arte rispondo semplicemente che andare a vedere una mostra, o un museo è una attività molto gradita, l’interesse cresce con il  tempo, è una esperienza che emoziona, il contatto con il bello fa stare bene, le persone diventano più attente, sensibili.

Con molta naturalezza siamo  entrati nei musei, abbiamo visitato mostre, ognuno si è avvicinato a statue, a dipinti e affreschi con i propri strumenti a disposizione: chi, guardando un  paesaggio, ricorda un luogo dove è vissuto, chi in un ritratto rivede un viso amico, riaffiorano tracce perdute nella memoria, evocate da immagini di oggetti  familiari. (1) Nel gruppo c’è anche chi se ne sta semplicemente tranquillo, contagiato dalla pace degli ambienti intorno e non è un evento di poco conto. (2)

Commenti positivi quindi che mi hanno portata a coinvolgere gli operatori che sono i primi a gradire l’opportunità che li porta fuori dai soliti contesti educativi e diventano capaci di trasmettere nuovi interessi e destare curiosità.
Non sono in possesso di dati precisi, concretamente verificabili, ma ho constatato personalmente che, quando il contatto è frequente e la mente viene lasciata libera di immaginare, la sensibilità si affina, ciascuno riceve in modo differente un senso di benessere che dura nel tempo, migliora il rapporto con sé stessi e con gli altri. Questa scelta che abbiamo fatto senza preconcetti o pregiudizi è rinforzata da esperienze anche nelle altre attività, ciascuno recepisce e partecipa a suo modo; in questo caso c’è chi apprezza l’ opera d’arte e apre un dialogo, c’è chi prova piacere attraverso un coinvolgimento a livello emotivo, anche senza bisogno di tante parole.

Non tutte le esperienze comunque si possono considerare positive, emergono problematicità quando il luogo ha delle caratteristiche che ostacolano invece di avvicinare il visitatore all’opera esposta.
Se tento di fare un elenco delle difficoltà che ho incontrato nelle visite ad alcuni musei mi ritrovo a descrivere problemi che chiunque può aver vissuto. Non sono da attribuire quindi alla persona con disabilità e ai suoi limiti, ma al luogo che non tiene conto del messaggio che deve essere accessibile a tutti. E’ impossibile diffondere cultura se questi luoghi trascurano la loro caratteristica peculiare: quella di comunicare e condividere.

La difficoltà di accedere all’opera d’arte e di comprenderne il linguaggio è comune a molti, quanto si fa per avvicinare le persone, per abbattere gli ostacoli che impediscono la diffusione e la conoscenza del patrimonio artistico che possediamo?
Se entriamo in un museo quante persone si muovono dentro alle sale distrattamente, procedendo velocemente da un quadro all’altro, a volte male  illuminato, passando oltre senza conoscere l’autore o il titolo dell’opera, trascurando o leggendo solo in parte descrizioni lunghe e difficilmente memorizzabili, guardando appena didascalie piccole o lontane dall’osservatore (ricordo ancora il pur interessante testo della mostra “Homo sapiens” al  Palazzo Esposizioni, nel 2012).

Ho cercato di approfondire le prerogative di un museo accogliente, ho cercato  di saperne di più. Ho “incontrato” autori, gruppi di ricerca che studiano il museo e la funzione educativa, inclusiva. Si parla di museo suggestivo, con un allestimento curato, che sa coinvolgere, che permette concentrazione, non sovraccarico di oggetti e informazioni, dove gli spazi sono in equilibrio con le opere esposte, il cui percorso è riconoscibile ed ha una sua logica, dove cultura e narrazione viaggiano insieme, dove sono facilitati apprendimento e  ricordo, dove le scritte non sono eccessive e difficilmente leggibili…

Mi sono domandata allora: ma questo museo così organizzato è il museo ideale  per tutti, per l’amante dell’arte, per la persona colta, ma anche per chi non  si avvicina spesso alle opere artistiche, per i bambini, per chi è avanti con l’ età, per i più anziani, per le persone con difficoltà sensoriali, fisiche, per chi non vede tanto bene, per i non lettori, per gli stranieri, per le scolaresche annoiate in gita culturale…

E’ il museo che rispetta le differenze e risponde alle diverse esigenze.
E’ solamente la conoscenza che ci può aiutare, la conoscenza e l’integrazione  tra saperi.
Lavoriamo quindi insieme per superare i pregiudizi, perché non vi siano barriere, né fisiche, né culturali, perché nessuno sia escluso e trovare insieme soluzioni che rendano i luoghi d’arte funzionalmente accessibili alle  persone.

E’ sempre più diffusa la didattica museale per bambini. Guide esperte e appassionate accompagnano i piccoli visitatori, persone preparate, che sanno  affascinare, coinvolgere, insegnare e divertire. E’ con loro che dobbiamo dialogare; è possibile, io credo, estendere la loro competenza, insegnando che  si possono adattare i linguaggi a età diverse, a capacità diverse. Le differenze personali “si trasformino in opportunità di riflessione” e di crescita culturale. Pensiamo insieme quali debbano essere le conoscenze tecniche necessarie per ampliare la loro attività!
Gli operatori dei centri occupazionali, dei centri diurni che accompagnano alle mostre d’arte devono essere persone sensibili, comunque interessate all’arte, ma non possono  trasformarsi in guide esperte. L’operatore non è un tuttologo che improvvisa competenze ogni volta che l’attività cambia! Può invece, nel progettare la visita prima e nell’affiancamento al gruppo poi, mettere a disposizione la sua specializzazione, la sua preparazione in materia di handicap.

Nella mia esperienza nei centri diurni tutte le attività che prevedevano una  competenza particolare era tenuta da tecnici esterni: il gruppo di musica si avvaleva della competenza del gruppo Educational di Santa Cecilia di Roma, il gruppo cortometraggio era seguito da un regista, quello di ceramica da una  maestra d’arte e così via. Gli “esperti” e gli operatori, ciascuno in virtù della loro preparazione e della loro esperienza, senza competizione, conducono insieme i gruppi,

Riuscire a operare insieme per uno scopo comune, costruire una prassi di collaborazione tra le diverse professionalità, disponibili al confronto, riconoscere che ciascuno di noi è una risorsa significa anche non frammentare gli interventi. Quando le idee circolano, si stabilisce quella fluidità di  pensiero, quella sorta di pensare collettivo, che rafforza il senso di  integrazione e di appartenenza.
Queste sono alcune conclusioni a cui sono pervenuta oggi. Non è un punto a cui  sono arrivata, ma un punto da cui mi sento di partire insieme con chi ha interesse di viaggiare.

(1)  Recenti ricerche (G. Rizzolati e V. Gallese) si sono sviluppate intorno alla relazione empatica delle persone di fronte all’opera d’arte e alle  emozioni che vengono percepite.

(2)  “Non tanto diversi” di Laura Piccinino e Carla Santa Maria, Casa editrice Franco Angeli. Nel libro parliamo di attività ponendo l’accento non sulla  diversità, ma sui fattori di somiglianza tra le persone, parliamo di ciò che ci rende simili: emozioni, sentimenti, desideri, interessi, sogni. Parliamo del lavoro d’ équipe, di continuità e collaborazione tra figure diverse.

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