RIFLESSIONI

Includere la diversità: un’imperdibile occasione creativa

Volete, ad esempio, appendere qualcosa al soffitto di una stanza ad un’altezza normale. La soluzione è semplice: si tratta di cercare una scala a pioli. Non è detto, però che dovunque si possa trovare una scala. Che fare in questo caso? Rinunciate e dite che il lavoro non si può fare? (Edward de Bono, 1992: 155)

Partiamo da un presupposto certo: un museo accessibile è un museo migliore per tutti.
Un museo accessibile, infatti, è innanzitutto un museo accogliente e non solo per le persone con disabilità. Vogliamo ricordare ancora che le difficoltà (di mobilità, sensoriali, intellettive) riguardano anche le mamme coi passeggini, il nostro insospettabile vicino di casa con gli occhiali e persino coloro che al museo non ci mettono piede temendo di potersi sentire inadeguati da riferimenti troppo difficili.

Creare un museo accogliente è come organizzare un invito a cena con tante persone dalle esigenze diverse; un momento di convivialità informale, in cui il padrone di casa si preoccuperà dei bisogni di tutti, cercando di rispettarne i gusti, le allergie e le scelte, allo scopo di far sentire ognuno a proprio agio. In questo senso, sarebbe scortese e inopportuno organizzare una cena esclusivamente a base di carne avendo anche solo due ospiti vegetariani. Piuttosto, si potranno ipotizzare soluzioni diverse che accontentino tutti o anche solo un unico menù senza né carne né pesce: posto lo stesso impegno di chi cucina, queste due soluzioni non comprometteranno il risultato finale della cena e soddisferanno il maggior numero di persone contemporaneamente.

Al museo non è diverso. Il predominio di alcune scelte che accontentano esclusivamente una presunta maggioranza non-disabile è strettamente legato al concetto di abilità quale costruzione culturale che, nel corso delle epoche, ha assunto approcci molto diversi (ce lo ricorda anche il libro Storia della disabilità. Dal castigo degli dèi alla crisi del welfare).

Attualmente, nel nostro paese, l’immaginario comune associa alla disabilità un inevitabile tasso di problematicità (bassa/media/alta)  proprio perché non ce ne si è mai fatto carico prima e la gamma delle soluzioni possibili è tuttavia da sperimentare per la prima volta.

Come per la cena con i tanti invitati, una delle soluzioni (probabilmente quella più adottata nei musei di stampo anglosassone), sta nel differenziare: differenziare gli stili  delle attività (basandoci ad esempio sulla teoria delle le intelligenze multiple, come insegna Howard Gardner); differenziare le chiavi di lettura sul fronte dell’interpretazione (per non proporci in un’ottica autoreferenziale); differenziare le possibilità di accesso sul piano fisico, sensoriale e intellettivo; allenarsi all’ascolto attivo, concependone tutte le implicazioni emotive e di negoziazione (come insegna Marianella Sclavi).
Lo sforzo, insomma, è tutto cosa creativa e restituisce senso alle pratiche di problem solving e al bisogno (nuovo) di ragionare su quante più soluzioni possibili prima di definirne le migliori.

In questo senso, la difficoltà si trasforma in un’opportunità di riflessione davvero imperdibile. Ne parlava tempo fa Anna Maria Testa, citando alcuni studi internazionali: ciò che è diverso ci spinge ad essere creativi e la molteplicità delle prospettive acquisite assume valore sia nell’esperienza dei singoli che dei gruppi.
La diversità diventa così fattore per la creatività anche nel contesto del museo: quando ci porta a elaborare soluzioni nuove per comunicare, per superare le barriere, per immaginare soluzioni low cost per l’accessibilità, per ripensare il nostro sistema di comunicazione, fatto quasi sempre di immagini e parole.
Quando ci aiuta, in sintesi, a definire una molteplicità di opportunità e stimoli, comunque buoni per sorprendere e motivare alla scoperta tutti.

Come racconta anche Edward De Bono, esperto del pensiero creativo citato in apertura: “le alternative che noi vediamo sono solo limitate dalla nostra immaginazione e dalla capacità di progettarle”. Per farlo bene, per ampliare “i confini che circoscrivono una situazione” serve introdurre “fattori nuovi, modificando i valori, coinvolgendo altre persone” (De Bono, 1992: 146).
A questo fine, ridefinire le finalità educative (nella loro più ampia accezione), costruire percorsi di formazione, promuovere il coinvolgimento (e l’inserimento lavorativo) di persone con disabilità, favorire momenti di confronto anche informale, possono essere occasioni per avvicinarsi alla diversità trasformandola in un vantaggio: non solo ne guadagneremmo in nuove idee ma anche per quel che riguarda le prospettive generali di visione e anche, perché no, rispetto all’adozione di nuovi metodi  partecipati per la formulazione delle decisioni.

Definire lo scopo intanto resta la questione più urgente: pianificare, analizzare e comprendere la complessità e la varietà dei pubblici e volersene far carico. Compresa questa necessità, sarà solo da cercare, fra le mille soluzioni possibili, quelle più adatte.
Ovviamente senza guardare solo alla maggioranza.

(Maria Chiara Ciaccheri)

BIBLIOGRAFIA

Edward de Bono, Essere creativi. Come far nascere nuove idee: i concetti, gli strumenti, le applicazioni del pensiero laterale. Il Sole 24 Ore, Milano, 1992.

Giancarlo Dall’Ara, Musei accoglienti, presentazione su Prezi, maggio 2013, (http://prezi.com/npezfmlwgwez/musei-accoglienti)

Matteo Schianchi, Storia della disabilità. Dal castigo degli dèi alla crisi del welfare. Carocci Editore, Roma, 2012

Howard Gardner on Multiple Intelligences, Edutopia, (www.youtube.com/watch?v=1Wnqhtgekps)

Marianella Sclavi, Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si esce dalle cornici di cui siamo parte, Bruno Mondadori editore, Milano, 2003

Anna Maria Testa, Differenze Creative, Internazionale, 10 dicembre 2013, (http://www.internazionale.it/opinioni/annamaria-testa/2013/12/10/differenze-creative/)

(La foto è stata scattata da chi scrive nell’agosto 2011 al Museo de Serralves di Porto, in Portogallo)

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