RIFLESSIONI

Coinvolgere la disabilità intellettiva al museo: alcune considerazioni

E’ un venerdì come gli altri al Museo del 900 di Milano.
Un gruppo proveniente da un centro diurno, spontaneo e loquace, si muove per le sale guidato da un sincero senso dello stupore che semplifica il confronto. L’esperienza alla pratica artistica cui sono abituati, è un ulteriore elemento positivo alla riuscita dell’incontro.
La visita, condotta da un facilitatore della Cooperativa ABCittà, è composta da attività brevi e fra loro diversificate che consentono di mantenere alto il coinvolgimento e l’attenzione.

Il laboratorio, realizzato direttamente nelle sale del museo, scorre veloce e dura oltre il tempo previsto. Scegliamo delle opere diverse da quelle in programma (del resto se “quel quadro ricorda troppo come dipinge la Stefi” come possiamo non parlarne?), coinvolgiamo nel racconto un custode, ci lasciamo sommergere da domande ed opinioni e, alla fine, quasi facciamo fatica a concludere; il gruppo ci ha preso gusto e vuole rimanere qui. 

Alcune considerazioni generali emergono evidenti. Molte di queste valgono per tutti i visitatori:

Valorizzare il sapere di ognuno
Lo scopo primario è che le persone si sentano a proprio agio. Il punto di vista di ognuno, il riferimento alla propria esperienze quotidiana e di relazione non potrà che essere corretta. Parimenti, anche il coinvolgimento pratico in attività semplici, alle volte, potrà rafforzare competenze o essere motivo di soddisfazione personale.  Ovviamente richiedere un aiuto allo svolgimento delle attività (come raccogliere o distribuire materiale) sarà concesso solo se siamo consapevoli che le persone coinvolte ne saranno capaci.

L’atmosfera è determinante
Per lo stesso motivo, un’atmosfera rilassata, esule dal giudizio, faciliterà l’emergere di idee e connessioni. Il museo si fa spazio di confronto, aperto anche all’umorismo. L’efficacia di una visita proviene anche dal benessere emotivo di un gruppo.

E’ tutta questione di ascolto
Valorizzare ogni persona e ricreare un’atmosfera positiva sono sicuramente aspetti legati all’ascolto. Parimenti, lo sono anche quelle domande che lasciano il tempo necessario, alle volte lunghissimo, alle risposte, così come l’accortezza di interrompere quello stesso tempo quando carico di timidezza ed imbarazzo.

Facilitare il senso dello stupore
Al museo ci si dovrebbe stupire. Quando questo non succede naturalmente, può forse essere utile fornire ulteriore supporto: può essere la bravura di una guida, abile narratrice, la proposta inattesa di un’attività o, perché no, anche una scelta d’allestimento. Sta a chi conduce il gruppo costruire un percorso (di opere e attività) che si interroghi sulle ricadute nei termini di tenuta dell’attenzione. Allo stesso modo, con alcuni, andrà valutata attentamente l’opportunità di “sorprendere”; non per tutti sarà un approccio adatto. In questo caso, la possibilità di condividere informazioni e immagini in anticipo può rappresentare un supporto tranquillizzante finalizzato a accrescere la familiarità alla visita.

La linearità come principio
L’apprendimento, lo ripetiamo ogni volta, è cosa complessa che non veicola soltanto saperi.
Eppure, allo stesso tempo, la comunicazione che utilizzeremo dovrà seguire percorsi lineari, pur senza smarrire il desiderio di esplorare connessioni inattese. Anche la logistica degli spostamenti, negli incontri di natura itinerante, dovrebbe seguire questo stesso principio.

State comodi!
Andare avanti, tornare indietro, rimanere molto tempo in piedi: come per tutti i visitatori, la fatica anche fisica andrà certamente considerata fra gli elementi che possono inficiare il successo di una visita. Alternare i momenti seduti e di spostamento, chiedere sempre se qualcuno ha esigenze specifiche, non prolungare eccessivamente il tempo immobile trascorso in piedi, esplicitare sempre all’inizio dove sono i bagni sono fra le azioni che semplificano la tenuta di un gruppo, qualunque esso sia.

Alternare attività di lettura ed esplorazione che utilizzino stili di apprendimento diversi
Tenere alto il livello di attenzione e soprattutto coinvolgere persone fra loro diverse per formazione e stili di apprendimento è un tema molto sentito da tutti coloro che si occupano di educazione. Definire gli obiettivi delle proprie attività e gli approcci cognitivi necessari differenziandoli, può rappresentare una soluzione utile ad un coinvolgimento allargato e allo stesso tempo approfondito.

La condivisione anticipata della proposta con gli educatori
Nel confronto con gruppi con disabilità intellettiva la relazione con gli educatori è determinante, così come la condivisione degli intenti. E’ facile, infatti, che accompagnatori non coinvolti nella proposta educativa veicolino una percezione generale negativa anche al gruppo. Allo stesso modo, può essere utile valutare le esigenze del gruppo nella loro complessità, anche formulando proposte che rafforzino competenze specifiche (un esempio su tutti, quelle motorie).

Trattare gli adulti da adulti
Gli adulti con disabilità sono innanzitutto persone adulte ed è per questo che bisognerebbe lavorare maggiormente allo sviluppo di proposte differenziate per fasce di età e parimenti non esclusive. Recentemente è capitato di assistere ad un laboratorio in cui i partecipanti (età media: 50 anni) venivano chiamati affettuosamente “cuccioli” e invitati a sedersi per terra: scelte che difficilmente applicheremmo ad altri visitatori di pari età.
Ovviamente è diverso il caso in cui il gioco sia considerato strumento per l’apprendimento trasversale a prescindere dall’età.

La flessibilità è parte del metodo
Nelle visite, nei laboratori, ci confrontiamo con altre persone che possono avere tempi, interessi, modalità di attivazione diversi da quelli che avevamo preventivato. Per questo motivo bisogna sempre essere pronti a rimettersi in discussione; la flessibilità è intesa quale valore aggiunto, coerente alla pratica partecipativa.

Ripensare la gerarchia
Nello spazio di confronto con i gruppi vale la pena ripensare ai ruoli e soprattutto alle loro implicazioni. Per questo motivo, un’attività sottoposta ad un gruppo di persone con disabilità dovrà rivolgersi non solo gli utenti ma anche gli educatori che li accompagnano. Permettere il coinvolgimento ma, allo stesso tempo, consentire l’approfondimento. Opinione personale è che le attività efficaci debbano essere modulabili e allo stesso tempo permettere il coinvolgimento su più livelli.
Sempre per quel che riguarda il tema della gerarchia, alle volte può essere utile coinvolgere i custodi museali o altre persone che lavorano al museo; perché raccontino del loro mestiere o anche delle opere dal proprio punto di vista.

Più sensi per tutti
Posto che non si abbiano esigenze specifiche, l’esperienza di avvicinarsi ad un opera utilizzando altri sensi andrebbe introdotta, laddove possibile, per tutti; ad esempio, permetter di poter toccare un’opera con i guanti veicola anche competenze di natura trasversale.
Questo approccio ci consentirebbe realmente di sviluppare altre conoscenze sugli oggetti e, soprattutto, di ripensare all’assoluta priorità che assegnamo quotidianamente alla vista.

Queste osservazioni sono solo alcune fra le tante e non è detto che debbano per forza essere tutte condivisibili.
Cosa si potrebbe aggiungere a questo elenco? Cosa fa la differenza nella pratica di mediazione al museo (con gruppi con disabilità intellettiva e non solo)?
Ed inoltre, quali di questi aspetti potrebbero essere ripensati?
Lo spazio dei commenti è aperto.

2 thoughts on “Coinvolgere la disabilità intellettiva al museo: alcune considerazioni”

  1. Ho notizia di una esperimento analogo riguardante il mondo degli strumenti musicali, presentato in modalità interattiva a persone con disagio mentale da me conosciute. Il coinvolgimento ha prodotto sensaazioni positive agli interessati e il tempo è passato velocemente. Sicuramente la proposta applicata alle arti figurative ha buone probabilitò di successo.
    E’ possibile conoscere luoghi e tempi della nuova proposta?

  2. Gentile Mario,

    grazie per l’interesse! Il laboratorio descritto (anche se solo nel metodo) si è svolto al Museo del 900 di Milano ed è liberamente prenotabile negli orari di apertura del museo. Il laboratorio prende spunto dal percorso “Lo saprei fare anch’io” a cura della Cooperativa ABCittà e nello specifico è stato ricalibrato a partire dalle esigenze proprie del gruppo e dal confronto con gli operatori.
    Spero che queste informazioni le siano utili. Se ha bisogno di ulteriori dettagli scriva pure a museisenzabarriere@gmail.com.

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