RIFLESSIONI

Questione di immagine

Marc Quinn è un artista britannico membro della famosa generazione degli Young British Artist che spesso ha messo al centro del suo lavoro il corpo umano.
A Londra, nella centralissima Trafalgar Square, ha collocato nel 2005 un’opera raffigurante la collega Allison Lapper, nuda e incinta. Lo stesso soggetto, ma eseguito con altri materiali, è stato esposto a Venezia nel 2013.
In entrambi casi ci sono state vive polemiche; forse l’opera sarebbe stata meno tacciata di scandalo  (pensiamo alle statue della Grecia classica) se Allison Lapper non fosse nata senza braccia, né gambe. Oggi Allison Lapper è un’artista che vive del suo mestiere, autonoma e con un figlio adolescente.

Al Royal College of Physicians di Londra una mostra temporanea dal titolo: “Re-framing disability” (Re-incorniciare la disabilità) ha messo al centro della sua indagine, nel 2011, la raffigurazione della diversità fisica. L’esposizione, vincitrice del prestigioso Wellcome Trust People Awards, è nata con l’intento di promuovere una riflessione su dei ritratti storici, dal XVII al XIX secolo, della collezione del Royal College, raffiguranti persone con disabilità.
Per fare questo, è stato formato un gruppo di lavoro che ha coinvolto ventisette partecipanti (diversi per età, background e disabilità) che hanno contribuito alla ricostruzione delle storie dei soggetti e discusso con metodo sul tema della percezione e dell’immagine della disabilità.

Quello della rappresentazione è un tema complesso che coinvolge più in generale le arti e i mezzi di comunicazione: attraverso una semplificazione per stereotipi la disabilità è ricondotta molto spesso entro i canoni di un sentire sentimentale, patologico o sensazionale.

Il caso dei musei ha proprie specificità, e scelte di inclusione di questo tipo hanno ovviamente senso solo in determinati contesti che ne offrano l’opportunità. Di certo, più in generale, capita di rado che il punto di vista della disabilità, declinato in materiali o narrative, sia oggetto di processi di musealizzazione.

Dopotutto, le opere esposte nei musei (ma anche nelle piazze) hanno lo stesso valore dei fatti, scelti e narrati, nei libri di storia, costringendoci ad orientare la percezione delle cose e definirne scale di priorità.
Dei musei, in generale, però ci importa meno che dei libri di storia; nessuno ci ha mai obbligato a studiarli, la loro frequentazione è molto meno diffusa e, soprattutto, hanno una struttura che non ne consente di percepire  la complessità e gli eventuali paradossi in un solo colpo d’occhio.  Eppure i musei sono spazi gerarchici di legittimazione sociale, costituiti da una selezione di oggetti considerati speciali. I musei possono quindi essere luoghi del potere quando non consentono la loro messa in discussione; oppure, al contrario, possono tramutarsi in spazi di dialogo perché propri delle comunità che li circondano.

Di tutto questo, negli ultimi anni, si è parlato sempre più spesso, soprattutto con attenzione alle pratiche di rappresentazione delle altre culture, come ad esempio nei musei etnografici.
Il nodo del problema, insomma, sta sempre nel confronto l’altro e nella mancanza di coinvolgimento di persone rappresentative dell’alterità nella definizione partecipata dei contenuti esposti. Il rischio in questi casi è che, ancora una volta, il timore di essere inopportuni generi silenzi imbarazzanti o addirittura derive pericolose.

Di fatto, però la disabilità, al pari di altri temi considerati sensibili, ha una sua storia reale che passa anche dalla sua rappresentazione, attuale e storica. Accettarla significa concederle uno spazio di considerazione; e le immagini, di cui siamo prepotentemente dipendenti, non possono che esserne un veicolo.

Ad oggi, quindi, quali strade intraprendere?
Che differenze leggiamo in Italia al confronto con altri paesi?
Come far sì che una rappresentazione della disabilità corretta non passi solo attraverso l’attivismo (o il marketing)? Come far sì che la disabilità non sia il solo elemento descrittivo dell’identità di chi la vive?
E soprattutto, siamo pronti a restituire il controllo della propria immagine alle persone con disabilità, rendendole parte attiva delle scelte comuni?

(Maria Chiara Ciaccheri)

 

BIBLIOGRAFIA MINIMA

Richard Sandell, Jocelyn Dodd, Rosemarie Garland-Thomson. Re-Presenting Disability: Activism and Agency in the Museum, Routledge, London, 2010
Un volume completo che affronta il tema della rappresentazione della disabilità nelle arti e nei musei in maniera rigorosa (in inglese).

Bridget Telfer, Emma Shepley e Carole Reeves. Re-framing disability: portraits from the Royal College of Physicians, Royal College of Physicians, London, 2011
Si tratta del catalogo della mostra “Re-framing disability”: un’opportunità narrativa per rileggere e contestualizzare 28 opere della collezione del Royal College of Physicians accanto alle storie di chi vive la disabilità oggi (in inglese).

Cecilia Ribaldi (a cura di). Il nuovo museo. Origine e percorsi, Volume I, Il Saggiatore, Milano, 2005
Il libro raccoglie una selezione di saggi di autorevoli museologi che, a partire dal 1970, indagano le funzioni e le potenzialità del museo quale spazio di inclusione ed esclusione sociale (in italiano).

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