RIFLESSIONI

Io ti spiego. Tu, se puoi, ascoltami

Comunicare è imprescindibile, non facciamo altro che sentirlo. Anche al museo.
Eppure educare, spiegare, confrontarsi, promuovere la costruzione di nuovi significati sottintendono approcci diversi: quale strada intraprendere? E soprattutto, come?

Con questo articolo vorremmo rilanciare questioni relative alla pratica della scrittura accessibile, con l’intento di approfondire presto altri temi legati all’autorità del significato e dell’interpretazione dei contenuti.

L’urgenza specifica nasce da una mostra molto bella visitata recentemente. Una mostra di arte contemporanea di un artista dalle opere coinvolgenti ed impegnate. E, allo stesso tempo, la presenza di un percorso fatto di parole, nelle didascalie e nei testi introduttivi, che si rivolge solo ad addetti ai lavori, contorsionisti e dalla vista buona.

Come in tutte le discipline, esiste una correttezza di metodo e stupisce che l’impegno profuso nella realizzazione di grandi mostre, spesso fatte di opere, oggetti e significati importanti, possa non essere accompagnato da uno sguardo che si immedesima nella complessità dei suoi possibili spettatori.
In questo caso, il riferimento va a certe disabilità che condividiamo in molti, come il non riuscire a leggere da vicino o provare difficoltà nella concentrazione su testi complessi. Più in generale, sottintende l’esclusione soprattutto dei pubblici con difficoltà di apprendimento e disabilità visive (ma anche, ad esempio, di quelle persone con minore grado di istruzione).

Per abbattere certe barriere sarebbe forse sufficiente porsi qualche domanda fra le tante: le didascalie saranno ad altezza corretta? I caratteri sono della dimensione giusta? Il font è adeguato? E i colori, il contrasto? E il testo? Avrà un tono troppo formale? Le frasi saranno troppo contorte? E, anche: le didascalie saranno collocate in modo che sia facile associarle all’opera?

A prima vista, il tema pare cosa banale.
Di fatto, si tratta di un ambito di ricerca in costante evoluzione e per il quale le possibili soluzioni adottabili sono direttamente proporzionali alle pratiche in uso (eppure aspetti specifici come, ad esempio, la dimensione del carattere consigliata, l’uso del contrasto ed altri, hanno consentito la definizione di linee guida attualmente accettate a livello internazionale).

Margareta Ekarv, ad esempio, una scrittrice impegnata sul fronte della leggibilità delle didascalie museali e dei libri per adulti, si è interrogata molto su come contrastare la fatica del leggere.
Lo sappiamo bene tutti: al museo leggiamo mentre siamo in piedi, distratti dagli oggetti, forse dopo aver già camminato abbastanza. Per questa ragione la Ekrav suggerisce testi semplici da leggere che non per questo sottraggano spessore al significato: frasi brevi, testo allineato a sinistra e quindi non giustificato, paragrafi a capo.
Il metodo è stato testato anche al Victoria and Albert Museum di Londra che ha successivamente deciso di non adottarlo, non ritenendolo efficace per la maggioranza dei suoi pubblici. Al momento le didascalie di questo museo privilegiano comunque un linguaggio dalla struttura semplice.

Altre questioni più legate ai contenuti e alle modalità in cui articolarli sono formulate da Nina Simon, esperta di progettazione partecipata in ambito museale. Fra gli esempi che cita ci sono:

– didascalie che suggeriscono dove e come osservare l’opera
– didascalie che rispondono “a certe stupide domande che hai in testa” (ma quanto tempo ci avrà messo l’artista a finire quest’opera?)
– didascalie che espongono il pensiero del curatore e le sue scelte espositive
– didascalie che raccontano storie e coinvolgono il visitatore

Un libro datato ma ancora attuale Writing on the wall: a guide for presenting exhibition text, suggerisce, fra le sue proposte, quella di definire un impianto gerarchico delle informazioni che consenta di coinvolgere parimenti pubblici con diversa motivazione all’approfondimento.
A questo proposito, forse è vero quello che si dice in giro e cioè che i curatori non dovrebbero occuparsi delle didascalie: essendo talmente coinvolti e vicini all’oggetto in questione c’è il rischio che non sappiano descriverlo con sufficiente linearità.

Alcuni musei poi, hanno provato a chiedere ai visitatori di partecipare ad una scrittura collettiva delle proprie didascalie.
Altri ancora, più frequentemente, hanno associato ai testi presenti altri in braille o traduzioni in altre lingue.
C’è chi ha posto domande, disegni, usato i punti esclamativi, toni familiari.
Chi ha inserito QR code e altri supporti per l’accesso a materiali multimediali da consultare anche dopo la visita e chi, all’opposto, sceglie proprio di non usarle.

E poi capitano anche certi visitatori che le didascalie le odiano.
O certi altri, lettori appassionati persino delle etichette del supermercato, che un certo giorno hanno solo voglia di perdersi fra le sale e lasciarsi suggestionare.
Comunque vada, cambiassero idea, il museo dovrà essere pronto a raccontarsi anche a loro, scegliendo come farlo possibilmente con consapevolezza, fra le infinite alternative ipotizzabili.


(Maria Chiara Ciaccheri)

NOTE

Nina Simon, Museum 2.0
Il blog di Nina Simon, autrice del libro-culto “The Participatory Museum”

ISO Understanding: Rethinking Art Museum Labels
http://museumtwo.blogspot.it/2007/03/iso-understanding-rethinking-art-museum.html

Susan Timberlake, Every word counts
Un sito collaborativo di Susan Timberlake che si interroga ponendo a confronto esempi diversi di didascalie (non solo museali)

http://susantimberlake.com/blog/ 

Luisa Carrada, Il mestiere di scrivere
Un sito ricco di consigli per la scrittura per progettare comunicazioni chiare ed efficaci (in italiano)

www.mestierediscrivere.com

Margarita Ekarv, Combating redundancy – writing texts for exhibitions
http://www.sx.ac.uk/ldev/documents/microfiction/margareta_ekarv.pdf

Ann Rayner. Access in Mind. Toward an inclusive museum, INTACT, The Intellectual Access Trust, Edinburgh, 1998

Eric Kentley and Dick Negus, Writing on the wall: a guide for presenting exhibition text, National Maritime Museum, London, 1989

L’immagine in evidenza è sotto licenza Creative Commons ed è di Marshall Astor
(www.flickr.com/photos/lifeontheedge/537912170/)

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