RIFLESSIONI

Certo, al museo imparo. Sì, ma cosa?

Al museo si va per imparare.
Portati un quaderno e la penna che almeno prendi degli appunti.

Veniamo da una cultura che giustamente considera i musei come un luogo del sapere.
Esclusi i moltissimi musei scientifici che spesso lasciano ampi spazi per l’interazione, la visita museale è tradizionalmente associata all’acquisizione o al rafforzamento della conoscenza più classica. Date, autori, epoche, movimenti storici, biografie tendono a essere considerati, specie fra i non visitatori, gli obiettivi principali da raggiungere (e quindi da evitare).

Se questa banale considerazione varrà meno per gli appassionati, di sicuro coinvolge certi studenti che vanno al museo la prima volta, magari in gita, e chissà pure con quella prof che pretende ogni data imparata a memoria.
Eppure, il dato è reale: al museo si impara (pure le date), ci si emoziona, si acquisiscono competenze. Tutti aspetti che in moltissimi riconoscono.

Lavorare nei musei con persone con disabilità cognitiva rende però evidenti ulteriori risvolti; conferma la valenza del museo quale spazio educativo e, allo stesso tempo, ne mette in luce l’enorme potenziale.

Quando la disabilità non consente di rielaborare il contesto dei fatti o delle cose che si osservano (che si ascoltano, si toccano o si annusano), il senso stesso dell’esperienza può generare valore uguale o addirittura superiore: ad esempio, nello spazio di confronto con una realtà nuova (fisica e temporale) da sperimentare, nell’interazione con le persone o con gli oggetti, o anche nella messa in atto di competenze già acquisite o da sviluppare.

Se queste riflessioni sono imprescindibili nei contesto della disabilità intellettiva, meno diffuso è la loro applicazione rigorosa in riferimento ad altri pubblici.
A tal proposito, esistono numerosi modelli per la valutazione dell’impatto sui visitatori (alcune indicazioni sono riportate in nota)  che pongono proprio in evidenza, categorizzandoli, aspetti troppo spesso banalizzati: lo sviluppo della curiosità, la possibilità di cambiamento dell’individuo, il divertimento, l’ispirazione e la creatività, l’accettazione di sé, la capacità di lasciarsi coinvolgere e molti altri.

Il successo di un percorso viene quindi misurato secondo parametri nuovi: se vado al museo e mi diverto o se, attraverso una mostra, cambio le mio opinioni su di una questione. Se la visita mi motiva a tornare, se mi permette di esprimermi in modo nuovo o consente di scoprire modi altri per relazionarmi con le persone: in ognuno di questi casi, la mia visita museale sarà stata un successo ed è giusto riconoscerlo.

Tutto questo non vuole affatto sminuire l’importanza dei contenuti museali (imprescindibili) ma porre un accento sulla complessità dei processi; considerare l’apprendimento in scala più ampia ed intenderlo quale processo bidirezionale e attivo a partire dalle esperienze e dalle conoscenze proprie del singolo e delle comunità di cui è parte.

(e tornando ai nostri studenti in gita, sarebbe bello che se qualcuno dicesse loro “divertitevi al museo!” non sembrasse una presa in giro. E che, soprattutto, nessuno pensasse che questo sito sia ostile a chi suggerisce di prendere appunti…)

NOTE UTILI

– Il sito www.inspiringlearningforall.gov.uk offre dettagliate informazioni sul modello dei Generic Learning Outcomes, incluso come elaborare, registrare ed analizzare appropriati questionari (qualitativi e quantitativi) che consentano di raccogliere informazioni sugli ambiti indagati.

– Un libro piccolo piccolo ma molto denso è quello di Emily Pringle, Learning in the Gallery: context, process, outcomes, pubblicato da Engage. Il libro sintetizza molteplici modelli utilizzati internazionalmente per valutare le declinazioni dell’apprendimento  nel contesto dei musei d’arte. L’immagine in evidenza presente in questa pagina è tratta da qui.

– What makes learning fun? Principles for the Design of Intrinsically Motivating Museum Exhibits di Debora Perry offre numerose strategie mirate per il coinvolgimento dei visitatori, oltre ad uno strutturato approccio per la loro valutazione secondo una griglia estesa.

Purtroppo tutti questi testi sono in inglese; prossimamente provvederemo a darne relative informazioni e sintesi più dettagliate anche in italiano. Se avete idee in proposito, se non siete d’accordo, se siete esperti sul tema o comunque la pensiate, fatecelo sapere.

(Maria Chiara Ciaccheri)

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