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Parlare civile. Comunicare senza discriminare

Una volta ho raccontato ad un’amica inglese l’esistenza dell’espressione “ritardo mentale”. 
In Italia è un termine piuttosto informale, usato con relativa frequenza e senza troppa cognizione.
Altrove sarebbe considerato fuori luogo in maniera diffusa e, infatti, la domanda è sorta spontanea: “ma in ritardo rispetto a cosa?”.

Le parole, diceva qualcuno, sono importanti e ancora di più nei contesti in cui gli stereotipi oppongono resistenza.
Il rischio è duplice. Dopo decenni di definizioni inopportune (e talvolta anche rozze) oggi, l’imbarazzo e il timore di non essere rispettosi degli ambiti che non ci appartengono, hanno esasperato l’uso di eufemismi timidamente formali e persino retorici.

C’è un libro molto bello che ho citato spesso, pur non trattando nello specifico di musei.
Si intitola Parlare civile. Comunicare senza discriminare e pone le basi per un confronto, almeno sul piano linguistico, paritario. Il testo approfondisce i principali temi a rischio di discriminazione, come il genere, l’immigrazione e le minoranze e dedica il primo capitolo proprio alla disabilità.

Disabile è un aggettivo. Vuol dire che “ha una disabilità”, intesa oggi come un’interazione dinamica fra la persona disabile e l’ambiente, con al centro la questione delle barriere. Il problema è che non lo si percepisce più come un aggettivo, si è trasformato in un sostantivo. Disabile è un’evoluzione di handicappato. Meno stigmatizzante, ma pure sempre in negativo, con quel prefisso “dis” che connota la parola per sottrazione, e dunque sembra togliere valore alla condizione umana. Disabilie però è un termine onesto, in qualche modo ragionevole e realistico, un buon bilanciamento tra ciò che pensa la gente e la realtà di chi vive su di sé la condizione di disabilità, motoria , sensoriale, intellettiva. (cit. pp.1,2).

Le persone quindi non sono la loro disabilità. Esistono persone con una disabilità. E questa congiunzione, come viene ricordato nel testo, “rende esplicito che la disabilità è responsabilità sociale e si applica solo in determinate condizioni: quando, per esempio, una persona in sedia a rotelle incontra una scala o un cieco un testo stampato”.
Il termine normodotato è similmente sviante: desidera restituire una normalità anche alle persone disabili, distinguendo cosa è normale e cosa non lo è secondo un criterio di giudizio assoluto.

Diversamente abile tradisce l’eccessiva ambizione di essere politically correct. La sua logica si rivela bizzarra soprattutto nell’applicazione specifica: seguendo questo approccio, infatti, per il Redattore Sociale, una persona sorda dovrebbe essere definita “diversamente udente” e, in modo ancora più paradossale secondo David Anzalone, un povero “diversamente ricco” e uno stupido “diversamente intelligente.”
Del resto, se si vuole valorizzare la diversità delle abilità e delle competenze, tutti, con disabilità o meno, dovremmo rientrare nella categoria.

Non vedente, non udente, non deambulante sottolineano una mancanza fisica e, anche in questo caso, nascono dal timore di essere offensivi; eppure, aggettivi come sordo, cieco o (persona) con disabilità motoria, come viene ricordato, non sono affatto considerati degli insulti quando usati nel giusto contesto. E’ anche vero che bisognerebbe mettere al centro delle definizioni che diamo alle persone altri criteri. Come ricorda giustamente Franco Bomprezzi, giornalista del sito InVisibili.it del Corriere, “Di Beethoven raramente si parla del fatto che è sordo, ma come di un grande compositore”.

Handicappato è una parola che indica “uno svantaggio fisico, psichico o sensoriale”; come per il termine più generale “disabile” è passato da essere usato come aggettivo a sostantivo. In Italia si diffonde soprattutto dagli anni Settanta, come termine burocratico usato nei contesti scolastici e pone in risalto la difficoltà ad adattarsi all’ambiente circostante. A maggior ragione l’espressione portatore di handicap “sposta l’attenzione sulla persona, mentre in realtà l’handicap non è interno ma esterno” e dipende dalle barriere create dal contesto.

L’espressione più corretta resta quindi persona con disabilità secondo uno standard internazionale accettato anche dalla Convenzione dell’ONU per i diritti delle persone con disabilità. L’uso del termine “disabile”, invece, può essere comunque utilizzato per ragioni di brevità.

Le parole che scegliamo spesso tradiscono una mentalità che ci accomuna. Chissà, però che non possa valere anche il principio contrario e che, da un uso corretto delle nostre espressioni, sia possibile promuovere una nuova consapevolezza sui diritti.

Parlare civile. Comunicare senza discriminare
A cura di Redattore Sociale
Edizioni Bruno Mondadori, Milano, 2013
15.00 euro

http://www.parlarecivile.it

4 thoughts on “Parlare civile. Comunicare senza discriminare”

  1. Ha ragione quando punta il dito contro l’ uso esasperato degli eufemismi. Di quanto esso sia diffuso me ne sono reso conto l’ anno scorso, quando ho frequentato un corso di Storia Medievale. Il professore che lo teneva confrontava il linguaggio dei documenti politici medievali con quello odierno, e ci faceva notare che rispetto ad allora oggi si tende a sfumare tutto, ad evitare espressioni forti, ad usare molti eufemismi, a cercare di essere politicamente corretti anche quando si potrebbe tranquillamente dire pane al pane e vino al vino. Invece di dire brutto, diciamo quasi bello. Invece di dire vecchio, diciamo non più giovane. Invece di dire orrendo, diciamo non riuscito.
    Tendiamo sempre a morderci la lingua, a reprimerci nel nostro modo di parlare e di scrivere anche quando non ce ne sarebbe assolutamente bisogno. Proprio perché é così raro trovare una persona che parli senza peli sulla lingua, quando in tv qualcuno comincia a farlo subito diventa un personaggio: pensiamo a Sgarbi, alla Maionchi, ad Aldo Busi eccetera.
    il nostro vocabolario si sta paurosamente restringendo, perché stiamo eliminando tutte le parole “nette”, in favore di quelle più “sfumate.” Al giorno d’ oggi le cose non vengono più chiamate con il loro nome, ma con il loro eufemismo. Questo va bene quando si rischia di offendere pesantemente, come nel caso da Lei citato delle persone diversamente abili, ma in tutti gli altri casi mi sembra francamente una rigidità inutile, un’ obsoleta e pertanto irritante limitazione della nostra libertà personale.

  2. P.S.: Mi sono reso conto di aver usato un termine da Lei indicato come eccessivamente politically correct, “diversamente abile”. Sono caduto vittima io stesso del vizio di cui mi lamentavo. : )

  3. Ti ringrazio molto per questo contributo. E’ particolarmente interessante riflettere su come cambia l’uso della lingua e delle sue sfumature nel tempo (figuriamoci dal Medioevo, poi!).
    Per questo stesso motivo, credo non si debba essere neppure troppo severi e includere nelle considerazioni finali anche la buona fede di chi parla (come nel tuo caso!).
    Esistono associazioni meravigliose di persone impegnate e competenti che, al contrario, hanno nel loro nome la parola “handicappato”. Magari esistono da decenni e il titolo non ne scalfisce il valore. In questo senso, ci aiutano a capire il buon senso, la sensibilità… e anche i corsi di storia medievale!
    Un caro saluto e a presto! Grazie ancora.

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